Carrie: ALEXANDER 1° parte


Questo è un capitolo molto ampio della mia vita che tende a non esaurirsi ma prosegue negli anni.
Di per certo molti di voi mi daranno del folle se non peggio una volta finito di leggere, ma la vita ci riserva delle sorprese non sempre in linea con le nostre aspettative.
Lo conobbi 11 anni fa quando lavoravo per un hotel in provincia di Bologna immerso nel verde dell’Appennino.
Arrivai al lavoro di primo pomeriggio e vidi subito qualcosa di strano: all’ombra del cedro dell’Himalaya plurisecolare una ragazza e due ragazzi vestiti da sposi si stavano facendo fotografare per un servizio.
Appena entrato chiesi ovviamente maggiori informazioni alla mia collega in servizio in quel momento.
Il pomeriggio passò con il mio viso appiccicato alla finestra come se fossi una lumaca oppure perennemente in bagno poiché da una piccola fessura si poteva scorgere la sala che avevano allestito a camerino.
Gli sposi, eccezion fatta per l’essere stati entrambi alti e biondi, erano molto diversi.
Uno era sui 35 anni circa, labbra evidentemente rifatte, molto altezzoso ed una notevole puzza sotto il naso, l’impersonificazione dell’antipatia.
L’altro,decisamente più giovane, dimostrava 25-27 anni, un fisico scolpito che trapelava dai vestiti (per non dirvi quale spettacolo nascondeva il camerino), occhi verde smeraldo, una voce stupenda ed una spiccata cordialità. L’esatto contrario!
Durante uno dei tanti cambi d’abito mi ero appostato al bar per asciugare un po’ di bicchieri e mi avvicinarono entrambi.
Con fare spocchioso il primo mi chiese, o meglio esigette, un bicchiere d’acqua e si allontanò in tutta fretta.
Il secondo sguainò un sorriso meraviglioso e mi disse: “Secondo te è normale un lavoro in cui ti mettono 5 chilo di trucco sulla faccia?”.
La mia risposta fu leggermente acida per colpa del comportamento del suo collega ma riuscii a trattenermi da ben peggio: “Se vuoi fare a cambio e asciugare 500 bicchieri io ci sto!”.
Fece di nuovo quel sorriso abbagliante e tornò a farsi fotografare in giardino.
Pensai a quanto ero stato stupido a reagire in questa maniera pensando di aver appena bruciato ogni mia successiva possibilità.
Il resto della giornata passò con me sempre appollaiato alla finestra con un’evidente stato confusionale ed un principio di rabbia agli occhi degli altri… In realtà era solo bava.
Si ritirarono nelle loro camere ed io avevo finito il turno e mi stavo preparando per tornare a casa quando mi passò vicino la mia collega e chiesi se il servizio sarebbe continuato anche il giorno dopo.
Lei mi rispose che se avessero fatto in tempo a fare tutti gli scatti sarebbero ripartiti la mattina seguente.
Credo di aver pregato una buona parte della notte sperando che fossero indietro con il lavoro!
L’indomani arrivai al lavoro con due ore di anticipo e vidi che il servizio fotografico stava proseguendo.
Nuovamente il va e vieni dal giardino al camerino e viceversa fino alle 16:00 circa quando finirono.
Mezz’ora dopo se n’erano andati tutti, tutti eccetto il mio sposo preferito.
Tornato al bar per prendere un po’ d’acqua si avvicinò e chiese: “Posso farti una domanda un po’ indiscreta?”.
“Certo” gli risposi “al massimo non sono tenuto a rispondere”.
Fece un bel respiro e domandò : “Ma tu sei gay vero?”.
Per un paio di secondi caddi nel panico più totale, emissione che trapelò alla mia prima fase di risposta: “Perché sono molto effemminato?”.
Scossò la testa in segno di no.
“Allora ho movenze strane o sculetto?” dissi.
“No, non particolarmente” mi rispose.
“Allora cos’è? Ce l’ho tatuato in fronte?!?”, stavo iniziando a scaldarmi.
Visto il mio crescere di nervosismo per l’essere stato preso alla sprovvista mi disse: “No, è che io lo sento a pelle se ci sono altri gay intorno a me, difficilmente mi sbaglio ed ho sufficiente faccia tosta da chiederlo ai diretti interessati!”.
Ci mettemmo a sedere selle poltroncine di fronte alla Reception e ci mettemmo a chiacchierare.
Si chiamava Alexander, aveva origini italo-austriache e faceva il modello freelance professionista.
Parlammo a lungo finchè non si fece tardi ed entrambi dovevamo tornare a casa.
“Mi lasci il tuo numero?”.
A quelle parole non riuscivo più a contenermi, avrei voluto urlare con tutta la mia voce, ma non potevo!
Ne uscì un breve suono acuto ma sommesso, un incrocio fra il miagolio di un gatto nel momento esatto in cui viene castrato e lo squittio di un sorcio.
Appena fui capace di articolare nuovamente le parole gli diedi il mio numero e mi salutò con due baci sulle guance rasenti l’angolo della bocca.
Fu un incontro un po’ alla Woody Allen a pensarci bene, ma era stata una bella chiacchierata e lui era veramente bellissimo.
Unico neo: mi resi conto di essere attratto da lui solo sul piano fisico, ma non quello emotivo.
Certo lo conoscevo appena, ma da quel poco s’intravedeva una persona bellissima, sia fuori che dentro.


Carrie

P.S. Quello nella foto sarà lui o no?!?

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